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POLITICA
21 settembre 2009
Davvero vogliamo ancora il partito delle Tessere?
   Circolo PD Catanzaro Centro : 
su un’anagrafe di 379 iscritti al 21 luglio hanno votato in ben 682

Che questo accada nel Partito Democratico, nel 2009, in Italia... 
vogliamo dirlo o continuiamo a far finta di niente?


Riporto la lettera aperta di FERNANDA GIGLIOTTI,
avvocato e candidata alla segreteria regionale del Partito Democratico calabrese per la Mozione Marino.


A: 
Sen. Ignazio Marino, On.le Dario Franceschini, On.le Pier Luigi Bersani,
Commissione Nazionale di Garanzia, Commissione Regionale di Garanzia, 
On.le Doris Lo Moro, Franco La Ratta, Nicodemo Oliverio, Maria Grazia laganà, Marco Minniti, Rosa Calipari, Sen. Franco Bruno


In Calabria più che in Campania e in Sicilia, il congresso del PD è stato preceduto da un tesseramento anomalo, sospetto, ingiustificato, per numero e nomi di tesserati rapportato ai residenti nella regione e ai voti ottenuti alle ultime due tornate elettorali. Un tesseramento che ha visto Presidenti, Vicepresidenti, Assessori, Onorevoli, Senatori, Consiglieri, portaborse, rastrellare tessere e comprare pacchetti azionari di un partito che si trovava alla guida del governo regionale che in Europa è ancora Obiettivo1. 
Al tesseramento dei “designati volontari” è seguito l’accomodamento di uomini e donne fidate, e titolari di pacchetti azionari, all’interno degli organi di governo e sottogoverno regionale, con il compito di controllare, gestire, sfamare e far crescere il “pascolo del consenso”. Altro che proposta politica alternativa a quella del centrodestra.
Poi si è arrivati a ridosso del congresso dei circoli con feste di piazza sponsorizzate, pagate e svolte sotto l’egida del simbolo del partito democratico nelle quali, fatta salva qualche nobile eccezione, non c’è stato nessun confronto congressuale. La mozione Bersani e quella Franceschini, l’una contro l’altra, si sono dilaniate, insultate, massacrate, spendendo il nome e i soldi di un partito democratico e, accecate da tanta congiura e assetate dal monopolio di visibilità, si sono rese complici di una conventio ad excludendum della Mozione Marino.
Oggi il congresso è in pieno svolgimento e ogni giorno registriamo la costante,
reiterata e fisiologica, quasi connaturata al partito democratico di questi uomini e donne, 
violazione delle regole congressuali che è diretta a certificare soltanto la stabilità delle quote di sottoscrizione azionaria di bersaniani e franceschiniani. 
E in linea con ciò è accaduto, per esempio, che in molti piccoli circoli (nella provincia di Catanzaro a Cenadi, Centrache, Cicala, Davoli e Olivati), hanno votato quasi sempre tutti gli iscritti e tutti si sono espressi a favore di Bersani! Nessuna traccia di vitalità democratica! Sarà anche possibile ma è più che legittimo il sospetto che si sia trattato solo della verifica della distinta degli iscritti e non di un vero congresso! Così com’è accaduto che Catanzaro Centro su un’anagrafe di 379 iscritti, così come fornitaci dalla Direzione regionale del Partito e aggiornata al 21 luglio 2009, hanno votato ben 682 persone di cui 474 alla Mozione Bersani. Ci hanno fornito un’anagrafe parziale o a Catanzaro centro ha votato in favore di Bersani molta più gente di quanto ne risulta iscritta al partito? Ovunque si è votato senza cabina elettorale e senza alcuna garanzia di tutela della segretezza del voto (si è votato tutti insieme, in corridori e stanze o addirittura all’aperto, su schede consegnate anche a chi non ha dato prova di esser iscritto al partito e troppo spesso identificato solo per conoscenza personale). Ma è accaduto anche che uomini di partito e amministratori pubblici non si sono limitati a dare indicazioni su chi e come votare, ma taluni hanno compilato le schede anche al posto degli iscritti! Erano degli analfabeti o, come al solito, il controllo del voto nella nostra regione è appannaggio della mafia ma anche della politica, e anche di quella parte politica che sponsorizza una legge elettorale sulle primarie regionali?
Questo è il quadro che abbiamo registrato ovunque siamo riusciti ad essere presenti. Tenuto conto che tutti i congressi sono stati convocati nello stesso giorno e nella stessa ora: quelli tenuti nella città di Catanzaro, ad esempio, sono stati fissati, salvo uno, lo stesso giorno e allo stesso orario di quelli fissati nei tre circoli di Lamezia Terme. Insomma neanche superman avrebbe potuto essere presente, anche se avesse voluto! Il risultato congressuale, a questo punto, è talmente scontato che il congresso delle tessere poteva essere evitato! Sarebbe bastato chiedere ai capi bastone della politica del PD calabrese quante tessere aveva in tasca e procedere a tavolino alla divisione dei voti e dei relativi delegati, con risparmio di tempo, energia, faccia e democrazia.
In Calabria, vale la pena sottolinearlo, l’unico risultato in linea con il dato nazionale, almeno per quanto riguarda la Mozione Marino, è quello che è uscito dal congresso dei circoli di Lamezia Terme. In tutti gli altri posti il congresso è solo una prova di forza tra i due antagonisti di sempre, e lo sconto è duro e senza esclusioni di colpi, nel senso che come in guerra ogni metodo è lecito. 
E’ una overdose gattopardesca dove chi ha parlato la lingua ingenua della politica non ha avuto e non avrà diritto di cittadinanza e dove nessun richiamo alla trasparenze e all’agibilità democratica troverà accoglimento, perché è impossibile governare un sistema partorito dolosamente per non essere governabile!!
I deputati e i senatori calabresi sanno che ciò che ho scritto è la verità e sarebbe il caso che anche loro, soprattutto nella loro funzione di PARLAMENTARI della REPUBBLICA, facessero un passo avanti per denunciare quanto io sto denunciando, chiedendo:
1) l’intervento immediato di osservatori nazionali per la regolarità dei congressi di circolo, 
2) la verifica dei risultati del dato congressuale di Catanzaro centro
3) la verifica di un’anagrafe degli iscritti abnorme
e invitando Franceschini e Bersani a fare immediatamente i conti con questo partito calabrese che non consentirà né a l’uno né a l’altro, di vincere nessuna battaglia politica sulla base della loro semplice proposta, ma solo attraverso il ricorso ai muscoli e a metodi che non appartengono alla democrazia e alla legalità che tutti invochiamo nelle nostre mozioni. 

Nocera Torinese, 20 settembre 2009
Avv. Fernanda Gigliotti – candidata alla segreteria regionale del PD per la Mozione Marino
9 luglio 2009
Un confronto democratico

Questo Blog aderisce al patto del "26 ottobre"

Siamo tutti militanti dello stesso partito. Condividiamo valori, idee e principi, quelli espressi nello Statuto del Partito Democratico.

Sosterremo la proposta e il candidato che ci convincono di più ma siamo convinti che in questo congresso non ci sia nessuna guerra di religione, nessun nemico da abbattere e nessun clandestino da espellere. E’ un congresso – un confronto democratico tra linee politiche. Alcune nostre idee sono diverse tra loro, altre no. Restiamo una comunità di persone, un partito. Restiamo, innanzitutto, amici, compagni di strada. Non c’e’ niente di apocalittico, niente di drammatico, e soprattutto niente di personale.

Il nostro impegno, nel congresso e dopo il congresso, sarà dunque questo: partecipare e consolidare quella straordinaria comunità di donne e di uomini, di anziani e di giovani che, con tutti i suoi pregi e difetti, i suoi alti e bassi, si è messa in cammino. Quella comunità è il “nostro” Partito Democratico.


Marco Campione, il patto del 26 ottobre 

CULTURA
3 dicembre 2008
Alle origini del sacro, contributo di Angelo Napolitano

ALLE ORIGINI DEL SACRO

PRIMO CONVEGNO LAICO , Arpiolo di Mulazzo 18 e 19 ottobre 2008

di Angelo Napolitano

INTRODUZIONE

Le problematiche che riguardano la religione e, più in generale, il rapporto col sacro,sono state al centro di mie abbondanti letture. Per alcuni decenni ho letto e studiato autori impegnati prevalentemente ad affermare o negare l'esistenza di dio; la storicità o meno della figura di Gesù Cristo; la veridicità o la natura leggendaria della Bibbia; la logicità o la contraddittorietà dei vangeli -quelli sinottici e quelli apocrifi-; la storia dei concili; la storia dei papi e il loro rapporto col potere, con particolare riferimento alle vicende italiane.

Procedendo per tali sentieri, ovviamente, si è volto lo sguardo anche alle altre religioni: a quelle monoteiste, l'ebraismo e l'islamismo, anch'esse fondate sulla medesima Bibbia accolta dal cristianesimo; ma anche alle religioni orientali, a quelle meno diffuse, comprese quelle del passato ormai pressoché estintesi: quella greco-romana; quella dell'Egitto; lo zoroastrismo; le religioni dei popoli mesopotamici; le religioni totemiche e animistiche delle civiltà sviluppatesi prima che si possa parlare di storia, la cui conoscenza è affidata non a testi scritti bensì a reperti archeologici.

E' stato ben presto inevitabile prendere atto che il fenomeno religioso è decisamente antico, verrebbe da dire che è nato con l'uomo, così come sostengono coloro che affermano che nel cuore dell'uomo è stata posta una scintilla divina che si sarebbe poi alimentata nel tempo, fino a condurre miliardi di uomini nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle moschee, o lungo le rive del Gange, o in tutti quei luoghi di culto dove ci si reca per meglio mettersi in collegamento col divino.

E' stato altrettanto inevitabile prendere atto che quasi tutte le religioni propagandano e promettono, di volta in volta, pace, prosperità, abbondanza, salvezza, vita eterna; ma ho constatato anche che la storia dell'umanità è costellata da sanguinose guerre di religione, quanto meno da pregiudizi e fanatismo, perché ogni fedele è convinto che la sua religione sia l'unica vera vera, e pare che ciascuno degli dei messi a capo delle varie religioni reclami, pretenda, imponga il proselitismo presso gli infedeli e l'annientamento di quanti non si sottomettono alla sua signoria assoluta.

A tal punto si impone una riflessione: se è vero che le origini della religione si perdono nella notte dei tempi, se è vero che essa è un bisogno dell'uomo e, come tutti i bisogni, dovrebbe essere risolto o, tutt'al più, lasciato in santa pace, è altrettanto vero, invece, che questo bisogno è stato puntualmente e costantemente amplificato e strumentalizzato a fini politici. E' anche vero, però, che la politica è stata spesso strumentalizzata ai fini della propaganda religiosa.

A tal proposito osservava Donini (Storia del cristianesimo, cit., pag. 14): "Non fu l'impero romano a convertirsi al cristianesimo all'inizio del IV secolo; ma, all'inverso, il cristianesimo fece proprie le strutture statali, destinate a perpetuare le antiche forme di dominio di classe, attraverso un controllo non meno duro e sanguinoso sugli strati subalterni."

Se ne potrebbe concludere che la religione appare non essere una cosa seria, perché sembra che non sia sentita e praticata seriamente proprio da coloro che se ne definiscono i difensori e/o gli unici interpreti. Per esempio, se i pontefici hanno sempre dichiarato di promuovere e diffondere il vangelo dell'amore e della pace, non si comprende perché si siano macchiati di orrendi delitti ai danni di singoli (i dissidenti e gli oppositori), di intere comunità (i cc.dd. eretici), di interi popoli (le crociate contro l'Islam, l'antisemitismo). Qualche anno fa mi è tornata alla memoria una frase di Engels riferita al cristianesimo (riportata da Ambrogio Donini nel suo Storia del cristianesimo, Teti, 1975, pag. 8):

"Una religione che ha sottomesso a sè l'impero mondiale romano, e che ha dominato per 1800 anni ancora la massima parte dell'umanità civile, non la si liquida spiegandola puramente e semplicemente come un insieme di assurdità originate da impostori. Si liquida, semmai, solo quando se ne sappia spiegare l'origine e lo sviluppo, dalle condizioni storiche nelle quali è sorta fino al raggiungimento del dominio su una vasta parte del mondo. Si tratta precisamente di risolvere la questione di come accadde che le masse popolari dell'impero romano preferirono questa assurdità a tutte le altre religioni,tanto che alla fine l'ambizioso Costantino poté vedere nell'adozione di questa assurda religione il mezzo per affermarsi come unico dominatore del mondo romano".

Si è così imposta una modifica dell'oggetto delle mie letture: non più cercare di capire se è vera o non è vera l'ipotesi dell'esistenza di un ente trascendentale, con tutto ciò che ne consegue in termini di altre credenze (incarnazione, nascita verginale, miracoli, resurrezione), ma piuttosto andare a ritroso nel tempo per cercare di capire l'origine e lo sviluppo dell'idea stessa di religione Così, da riminiscenze scolastiche, è riaffiorato un pensiero attribuito a Tito Lucrezio Caro, poeta latino del I sec. e.a.: "Primus in orbe deos fecit timor, ardua coelo fulmina cum càderent" [La paura, per prima al mondo, ha creato gli dei, allorquando terribili fulmini si abbattevano dal cielo.].

E' riaffiorato anche un pensiero di Aristotele (Politica I; IV secolo e.a.): "Quanto agli dei, se tutti gli uomini affermano che gli dei stessi sono sottoposti a dei re è perché anch'essi ora o in passato furono governati da re, e come raffigurano gli dei a propria immagine e somiglianza così attribuiscono ad essi una vita simile alla loro propria. E poi mi è tornato alla mente un certo Senofane di Colofone, del VI secolo e.a., il quale affermava:

Fr. 15: Ma se i buoi e i cavalli e i leoni avessero le mani e con esse potessero disegnare e fare ciò che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di dei simili ai cavalli e i buoi simili ai buoi, e farebbero simulacri foggiati così come ciascuno di loro è foggiato.
Fr. 16: Gli Etiopi dicono che i loro dei sono camusi e neri; i Traci dicono che hanno gli occhi cerulei e i capelli rossi.
E' evidente, quindi, che la ricerca dell'origine della religione, meglio, dell'origine del sacro, deve spingersi nella preistoria, tra gli ominidi e tra le specie umane che hanno segnato le tappe dell'evoluzione dell'Uomo.

Si impone a tal punto una precisazione su una questione di metodo. Per procedere ad indagini in un'epoca per la quale non esistono testi storici, ci si affida a reperti frammentari, alle scienze ed alla logica. In particolare, va osservato che qualsiasi oggetto, così come qualsiasi elaborato culturale di una qualche complessità presuppone un oggetto o un elaborato culturale meno complesso; per gli oggetti si arriva alla scoperta della materia prima e all'esistenza di un artigiano che l'abbia trasformata in manufatto; per gli elaborati culturali, a ritroso, si risale a sistemi sempre più semplici, fino a risalire al momento del salto da zero a uno, e questo vale per tutte le manifestazioni dell'intelletto, ivi compresi i sistemi religiosi.

UNO SGUARDO NELLA PREISTORIA

L'espressione Uomo Primitivo, che spesso verrà usata nel corso di queste riflessioni, è difficilmente collocabile dal punto di vista storico e temporale. Certamente ci si riferisce all'Uomo del Paleolitico, periodo che è compreso tra 3 milioni e 10.000 anni fa. A meno che non si voglia prestare fede alle ricostruzioni leggendarie che ogni religione propone in merito all'origine dell'uomo (per il cristianesimo valgono le leggende e i miti biblici, per secoli imposti come verità di fede, indiscutibili a pena di rogo), bisogna aderire alla teoria evoluzionista di Darwin, secondo cui gli uomini e le specie animali si sono trasformati ed evoluti nel corso di milioni di anni fino a raggiungere la forma attuale. Nell'ambito di questa evoluzione, l'uomo e la scimmia hanno un'origine comune.
E' nostra esperienza quotidiana che quasi tutte le specie animali sanno cos'è la paura. E' lo stesso istinto di sopravvivenza che si allerta davanti al pericolo, e il più delle volte il pericolo proviene dall'incognito. Ciò che non conosciamo, ciò che non riusciamo a spiegarci con le nostre facoltà mentali, ci fa paura.
Ovviamente i fenomeni di cui non abbiano consapevolezza, nemmeno a livello istintivo, non spaventano noi e non spaventano alcun animale, così come non spaventano i bambini. Una delle preoccupazioni comuni a tutti genitori è che il proprio figlioletto che cominci ad esplorare la sua cameretta, com'è normale che sia, finisca per infilare le dita in una presa della corrente. Le precauzioni adottate e poi l'informazione trasmessa dai genitori evita che il bambino resti fulminato.
Ma nei tempi di cui ci vogliamo occupare, non c'erano soggetti più consapevoli che potessero predisporre precauzioni o dare informazione ai soggetti meno consapevoli. L'uomo è stato costretto a capire tutto ciò che lo circondava sulla propria pelle.

LA MORTE

C'è stato un lungo periodo di tempo nel quale l'uomo non aveva consapevolezza né della propria vita e né della propria morte, proprio come ancora oggi non ce l'ha un infante e non ce l'hanno gli animali. A molti di noi sarà capitato di vedere un insetto morto e di constatare che i suoi simili restano del tutto indifferenti di fronte al corpo inanimato del proprio simile. Vero è che vi sono specie animali per le quali le madri si attardano accanto ai loro piccoli morti, e ci sembra finanche che manifestino dolore. Ma dura ben poco, e nessuna di esse indaga sul significato di quella morte; men che meno ci sono animali che organizzino funerali e sepolture per i propri defunti. Analogamente è stato un tempo per i nostri progenitori. Nel lungo processo evolutivo, l'uomo ha cominciato a prendere coscienza della sua esistenza sulla terra e del fatto che l'esistenza avesse un termine, naturale o in forma traumatica. E se la morte da trauma, intervenuta magari nel corso di fenomeni atmosferici o durante uno scontro tra clan, o durante la caccia, poteva essere assimilata alla morte degli stessi animali cacciati o uccisi per difesa, la morte naturale doveva suscitare qualche perplessità.  L'uomo ha cominciato a sentire sempre più forte il dolore per il compagno o la compagna che non si svegliava più; per il capo clan forte e coraggioso non più operativo; per il piccolo che non sarebbe più diventato adulto. La morte, in quanto fenomeno naturale sconosciuto, incomprensibile, cominciò a fargli paura. Una paura che ancora ci portiamo addosso. L'uomo che abitava le caverne avrà vegliato nei pressi di un corpo inanimato per qualche giorno, in attesa del risveglio. Poi per quel corpo è cominciato il processo di decomposizione, e il forte odore non solo non sarà stato gradevole, ma avrà costituito un richiamo per animali predatori. Ben presto quel corpo è stato seppellito, ma solo per motivi igienici e di sicurezza. Tutto ciò ci viene rivelato dai primi reperti archeologici relativi a sepolture, risalenti a circa 130.000 anni fa. Il corpo è stato sistemato in posizione rannicchiata, forse perché era la posizione assunta nel sonno, forse per problemi di minore ingombro e di minore lavoro, e intorno ad esso non sono stati deposti né oggetti, né altro. E' stata, invece, colorata di rosso la parte corrispondente alla testa, a riprova dell'identificazione del principio vitale con il sangue. In altre sepolture anche le spoglie del defunto e tutto il terreno di sepoltura risultano essere stati colorati con ocra rossa. Ancora oggi, d'altra parte, presso alcune popolazioni i morti rinchiusi nella bara vengono avvolti in un drappo rosso; il medesimo rituale si osserva in occasione della morte del papa. Verosimilmente, era convinzione di quelle tribù che il defunto potesse risvegliarsi, e in tal caso, si cercava di favorire il rifiorire del principio vitale.

IL SOGNO

Nel corso del processo evolutivo l'uomo ha altresì preso coscienza della sua attività onirica, e nel momento in cui il defunto è apparso in sogno ad uno o più degli appartenenti allo stesso clan, ci si è interrogati sul significato delle visioni notturne, proprio come ancora accade nel XXI secolo. Rivedere il defunto nella sua gestualità quotidiana, sentirne ancora la voce, raccoglierne richieste, comandi; rivederlo usare le armi per la caccia o per la guerra, certamente ha indotto i nostri progenitori a ipotizzare una dimensione altra nella quale il defunto continuava a vivere.

Si calcola che questa nuova fase abbia avuto inizio nel periodo compreso tra 100.000 e 40.000 anni fa, nell'ultimo periodo del paleolitico, quando la convivenza umana stava raggiungendo un livello di sviluppo relativamente alto; quando comparve il c.d. Homo sapiens sapiens. Avuta la prova della prosecuzione della vita oltre la morte, il culto dei defunti avrà subito una notevole evoluzione, ma per molto tempo ancora l'uso di seppellire i morti risponderà ad una sola preoccupazione: assicurare al defunto la continuazione di una vita materiale senza alcuna implicazione sacrale o religiosa. Il cadavere veniva messo a giacere disteso tra due lastre di pietra o rannicchiato, con le gambe piegate nella posizione del sonno, rivestito dei suoi indumenti abituali. A portata di mano venivano collocate le sue armi e gli oggetti di uso quotidiano; cibo e persino i corpi di animali uccisi, affinchè di essi il defunto potesse continuare a cibarsi. Si pensava, in sostanza, che il defunto continuasse a vivere da qualche altra parte, così come attestavano le visioni notturne.

DAL TOTEMISMO ALL'IDOLO

Parallelamente al culto dei morti, sempre secondo le indagini scientifiche, si andava sviluppando il totemismo, che è forse la più antica forma di religione che la storia dell'uomo offra al nostro esame. Per i nostri progenitori il totem rappresentava il vincolo di parentela che intercorreva tra i membri del clan e il loro capostipite, presunto o reale; in esso si concretizzava l'identità di un clan. Il Totem poteva essere un elemento della natura, sia in senso propiziatorio (terra, sole, mare), per manifestare una sorta di devozione nei confronti degli elementi naturali positivi e vitali; sia in senso apotropaico (fulmine, tenebre, la stessa morte) per scongiurare la presenza degli elementi negativi e mortiferi. Il Totem poteva essere un animale, e anche in tal caso sia in senso celebrativo e propiziatorio (bisonte, vitello, capra) verso quegli animali che assicuravano la sopravvivenza del clan; sia in senso apotropaico, per scongiurare la presenza di animali pericolosi e temuti (serpente, leone, tigre). Nel corso dei millenni, l'acquisita consapevolezza della prosecuzione della vita oltre la morte ha determinato l'elevazione a totem del capo defunto, sicchè, per la prima volta, un altro essere umano veniva idealizzato, mitizzato, reso idolo. In quel preciso momento nasceva l'Homo religiosus; in quel preciso momento l'uomo ha compiuto il salto da zero a uno, sicchè poi è stato assai semplice -si fa per direprocedere da uno a infinito lungo l'immaginazione, l'invenzione di tutti gli altri elementi che caratterizzano la seconda vita; la vita parallela, fino a proiettarla, nell'immaginario, come vita eterna, dannata o beata a seconda dell'osservanza di regole poste da altri uomini; fino a popolarla di dei maggiori e minori, ognuno dei quali preposti ad una specifica funzione, organizzati in una specie di regno celeste fatto ad immagine e somiglianza dei regni terreni. Esattamente come ipotizzava Aristotele. Il capo veniva ora venerato come guida, protettore, elargitore di virtù e dispensatore di punizioni qualora se ne fosse oltraggiata la memoria o, più semplicemente, qualora se ne fossero disattese le direttive manifestate in vita, o quelle comunque a lui attribuite dopo la sua morte. Lo si era cioè trasformato in idolo.

A lui andavano rivolti sacrifici, preghiere e riti magici, affinchè continuasse a prestare la sua protezione e a mantenere la sua potenza a disposizione del clan. Egli diventava ora il padrone, il creatore e doveva essere onorato come essere superiore, appartenente a quella dimensione separata, misteriosa, incomprensibile, temibile e terrificante che segnava il confine tra la vita e la morte.

Questa medesima concezione totemica rimane ancora nelle figure dell'angelo custode (totem personale) o del santo patrono (totem collettivo). Dall'esperienza della spiritualizzazione, o meglio, della sacralizzazione, dei defunti nascerà a Roma il culto degli antenati, vera e propria venerazione delle divinità domestiche, i Lari e i Mani, o anime dei defunti, commemorati tra 13 e il 21 febbraio, nei cc.dd. dies parentales. Il passaggio dalla sacralizzazione dei defunti alla sacralizzazione dei viventi si imporrà nel momento in cui si formeranno classi contrastanti, sicché il gruppo dominante, a sua volta dominato da un capo, innalzerà il capo stesso al rango di idolo, assurto ora al paradigma del sacro, per meglio poter dominare sui viventi. Significativo può essere il Preambolo del Codice di Hammurabi (Impero babilonese, XVIII sec. e.a.) recita:

«Quando Anu il Sublime, Re dell’Anunaki, e Bel, il signore di Cielo e terra, che stabilirono la sorte del paese, assegnarono a Marduk, il pantocratore figlio di Ea, Dio della giustizia, il dominio su ogni uomo sulla faccia della terra, e lo resero grande fra gli Igigi, essi chiamarono Babilonia dal suo illustre nome, lo resero grande sulla terra, e vi fondarono un sempiterno regno, le cui fondamenta sono poste tanto saldamente quanto quelle di cielo e terra; poi Anu e Bel chiamarono per nome me, Hammurabi, il principe esaltato, che temeva Dio, ad imporre la giustizia sul paese, a distruggere gli empi ed i malfattori; così avrei regnato sulla gente dalla-testa-nera come gli Shamash, ed illuminato il paese, per accrescere il benessere dell’umanità

Secondo Donini (Breve storia delle religioni, cit., pag. 118) La concezione antropomorfica della divinità ha incominciato a prevalere dal momento in cui la struttura di classe ha collocato alcuni individui in posizione di privilegio nei confronti della grande maggioranza degli uomini. Il dio-padrone ha allora assunto in sè tutti gli elementi delle precedenti esperienze religiose.

LA SACRALITA'

E tra gli elementi della nuova religione, certamente v'era il preesistente carattere della sacralità. Gli studiosi sono tutti concordi che prima dell'idea di dio e dell'idea di religione, che  costituisce l'insieme di credenze, di miti e di riti che lega l'uomo alla divinità, è insorta l'idea del Sacro. Infatti, intanto c'è una religione, in quanto l'uomo intende mettersi in relazione con l'oggetto delle sue credenze.
L'opposizione tra sacro e profano è stata identificata dagli antropologi come una di quelle coppie di concetti che nascono dal bisogno di definire un modello di ordinamento del mondo basato sul contrasto tra un polo positivo e uno negativo: maschio-femmina; puro-impuro; bene-male; carne-spirito.

Tutto quanto si è detto in riferimento allo sviluppo del culto dei morti ed alla sovrapposizione della religione antropomorfica a quella totemica, avviene sotto il paradigma del concetto di sacro. Sacro, dal latino sacer, vuol dire separato, non degli uomini; ad esso si oppone il Profano, dal latino profanus; da pro davanti, e fanum, tempio (da cui fanatico). Quindi, ciò che è fuori dal tempio, ciò che non è sacro ed è quindi degli uomini. Nei templi greci la statua del dio era situata nel naos, cioè in una cella alla quale poteva accedere solo il sacerdote; gli altri sostavano nel pronaos, cioè davanti al naos; ancora oggi nelle chiese cristiano-ortodosse la zona dell'altare (presbiterio) è divisa materialmente dal resto della chiesa da una struttura (iconòstasi) che separa il dio dai fedeli. Tutto ciò sottolinea ed accentua il senso del mistero strettamente connesso all'idea del sacro. Ma sacer ha anche un significato negativo. Nel diritto romano arcaico (Leggi delel XII Tafole; V sec. e.a.) c'era una terribile condanna per chi si macchiava di delitti gravi; di quel soggetto si diceva: sacer esto, cioè sia sacro, nel senso di sia separato, cioè espulso dalla comunità, dal clan; una sorta di scomunica.

E Virgilio, nell'episodio di Polidoro (Eneide, Libro III. Il re Priamo, temendo per le sorti di Troia, aveva affidato il tesoro della città al figlio Polidoro, mandandolo presso Polimestore, l'amico re della Tracia. Dopo la caduta di Troia Polimestore uccide il giovane ospite per impossessarsi dell'oro), usa l'espressione sacra fames auri, quid non cogis pectora mortalium "maledetta fame dell'oro, a cosa non spingi il cuore degli uomini".

Tutto ciò sottolinea ed accentua il senso del terrificante e del punitivo, anch'esso strettamente connesso all'idea del sacro. La morte ha sempre rappresentato l'aspetto più misterioso e più terrificante nella vita dell'uomo. Allorquando i nostri progenitori hanno preso coscienza che i defunti continuavano a vivere, nelle sepolture è comparsa una grossa lastra posta sul petto della salma, per evitare che il defunto potesse tornare alla dimensione terrena contaminandola.

Il tabù nei confronti dei cadaveri è tuttora fortissimo. Profanare un morto costituisce un sacrilegio; ma anche il semplice toccarlo comporta una contaminazione. E' viva nella mia memoria la preoccupazione dei miei genitori e dei loro coetanei, allorquando tornavano da un funerale, di correre a lavarsi le mani, residuo dei più complessi riti di purificazione imposti a chi avesse avuto un contatto anche solo visivo con un cadavere; ed era assolutamente interdetto entrare in casa di altri, se prima non si era passati dalla propria casa, per non trasferire ad altri il segno della contaminazione.

La dimensione altra nella quale i defunti erano stati collocati per effetto  ell'esperienza del sogno rappresentava già di per sè una dimensione separata, cioè sacra. E' evidente, pertanto, che il processo di creazione degli idoli, delle divinità, è avvenuto costantemente sotto l'insegna della separazione, della sacralità, del tabù. Da una parte la sacralità attribuita ai defunti, al capo tribù, al re, al dio invisibile; dall'altra il mondo dei profani, dei sudditi-fedeli e dei fedeli-sudditi. Al di là delle diverse forme nelle quali si è storicamente espresso il rapporto tra il sacro e il profano, tra la casta sacerdotale e la massa dei profani, cioè al di la della religione che caratterizza un popolo, è costantemente insita nella religione stessa l'idea del dominante e del dominato; di chi si proclama signore o rappresentante del signore in terra e di chi si presta ad adorare il signore e ad ubbidire al suo rappresentante in terra, unico interprete della volontà del signore stesso, plasmabile a piacimento da parte del medesimo rappresentante. Purtroppo, abbastanza presto l'uomo ha verificato quanto sia pericoloso e tragico non risolvere in termini positivi i bisogni dai quali è afflitto, prima tra tutti l'istintivo bisogno di certezze, indotto dalla  consapevolezza della incomprensibilità dei fenomeni della natura, della vita e della morte; e, quindi, il naturale bisogno di consolazione, insorto dalla presa di coscienza dell'assoluta finitezza della mente umana.

La credenza in un unico dio o in una pluralità di dei appare essere, quindi, la risposta -o la non-risposta- che gli uomini hanno dato -e danno- a ciò che è misterioso e Terrificante.

Attribuire alla divinità i caratteri della misericordia, della bontà infinita, della giustizia, è solo l'ennesima mistificazione per codificare, amplificare e non risolvere i bisogni di cui ora si è detto prima, propri di ogni essere umano; costituisce un ulteriore strumento per chi, privo di ogni scrupolo, intende ancora approfittare delle debolezze umane per attuare quel crimine che nessun'altra specie animale ha mai potuto attuare: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo mediante il dominio delle coscienze, la paura e l'ignoranza e la violenza.

CONCLUSIONE.

L'avere proposto una ipotesi, suffragata da studi scientifici, circa le origini del sacro e della religione, non preclude certo la ricerca verso altre ipotesi. Ciò che importa, a mio parere, è aderire all'impostazione suggerita da Engels, nel senso che la religione va studiata, nella sua genesi, come fenomeno antropologico e sociale, quindi come strumentalizzazione dei bisogni ancestrali dell'uomo. Certamente non come un male da estirpare con la violenza, con la contrapposizione o con la repressione. La storia degli ultimi tre secoli mostra che c'è un solo modo per liberarsi, e per liberare i propri simili, dalla sudditanza verso forme di potere che falsamente si presentano come strumento di salvezza, di riscatto morale, spirituale e sociale: la comprensione culturale del fenomeno, degli scopi concreti perseguiti e degli effetti prodotti sull'umanità.
Laddove c'è ignoranza, oscurantismo, mancanza -rifiuto- di dialogo, repressione della libertà di pensiero, rifiuto del diverso da sè, non può esserci alcuna salvezza e alcun riscatto.
Bisogna ricercare, studiare, approfondire e poi confrontarsi e condividere i risultati delle proprie ricerche. Penso che il Primo Convegno Laico ha avviato esattamente questo programma. C'è da sperare, e dipende da noi tutti, che a questa prima esperienza ne seguano periodicamente altre, al fine di elevare l'unica barriera contro l'oscurantismo e il fondamentalismo: la cultura della libertà per sè e per gli altri.

Angelo Napolitano

CULTURA
8 aprile 2008
LA SAPIENZA DEL DUBBIO... contributo di Angelo Napolitano
 

LA SAPIENZA DEL DUBBIO...

04.02.2008

Sull'argomento Papa-Sapienza vorrei sottoporre ai Lettori alcune considerazioni ispirate al pensiero di E. Fromm (Essere o avere, Mondadori, 1977, pagg. 65-69), e non solo.

Secondo la modalità dell’avere, la fede è il possesso [il dono] di una risposta, per la quale manca ogni prova razionale, consistente in formulazioni elaborate da altri ai quali ci si sottomette; è il biglietto d’ingresso per unirsi a un vasto gruppo, e solleva chi ne è in possesso del gravoso compito di pensare da solo e di prendere decisioni. Dà una risposta al problema dell’esistenza senza osare di cercarsela in libertà.

Secondo la modalità dell’essere, la fede è una manifestazione del tutto diversa, senza la quale è difficile vivere: il bambino deve averla nel seno materno; tutti dobbiamo averla negli altri esseri e in noi stessi, come nella validità di norme che regolano la nostra vita. La fede, in tal senso, non consiste nel credere a certe idee, ma è un orientamento intimo, un atteggiamento. Si può meglio dire che una persona è nella fede, invece che ha fede. Si può essere in fede verso se stessi e verso gli altri; il religioso può esserlo verso Dio.

In tal senso la fede implica del pari certezza, ma che si fonda sulla mia propria esperienza, non sulla mia sottomissione a una autorità che impone una certa credenza. È la certezza di una verità che non può essere provata mediante dati di fatto razionalmente cogenti, bensì di una verità della quale sono certo a causa della mia evidenza esperienziale. Esempio: La Mia Mamma mi vuole bene: quel bene non lo potrò mai dimostrare con prove oggettive, ma per me è una certezza basata sulla mia esperienza, razionalmente non trasferibile ad altri.

Questa è fede che si basa su fatti, ragion per cui è razionale. I fatti tuttavia non sono comprovabili col ricorso al metodo della psicologia convenzionale; io, persona vivente, sono l’unico strumento in grado di registrarli”.

Ragionando con Fromm aggiungo: chi non ha della Mia Mamma la stessa immagine che ho io non merita certo di essere denigrato, sottovalutato, né ha bisogno di essere convertito. Molto probabilmente l'altro attribuirà alla Sua Mamma le qualità che io attribuisco alla Mia. E ciò vale per ciascun individuo. Ma laddove uno di essi dovesse pretendere che tutti gli altri si uniscano nell'amore per la Sua Mamma, lì comincerebbe una disputa. Nulla di diverso è capitato e capita per le guerre di religione.

La pretesa che l'umanità intera riconosca, in una determinata mamma, La Mamma in assoluto, cioè l'Ente unico e solo depositario della Verità, dell'Amore e di tutti i Valori spirituali, quella pretesa si chiama fanatismo; integralismo, fondamentalismo.

Nel Vangelo secondo Marco (9, 38-40), si legge: “Giovanni gli disse: <Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perchè non era dei nostri> Ma Gesù disse: <Non glielo proibite, perchè non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi”.

Nel Vangelo secondo Giovanni (14,34-35; ma anche Mt 22, 34-40; Mc 12, 26-34; Lc 10, 25-28) Gesù Cristo insegna il nuovo comandamento -in Matteo, cit., definito simile al comandamento dell'amore per Dio-: “Che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

Paolo, nella Lettera ai Romani, esorta a “Vivere nella libertà dei figli di Dio), e la stessa esortazione è ripetuta nel rito battesimale.

Probabilmente tre brani non saranno molto graditi a Benedetto XVI, giacchè aprono le porte ad un rapporto diretto con Dio (concetto base della predicazione di Lutero), senza la intermediazione della Santa Madre Chiesa e del suo Magistero vivente; apre la porta al Relativismo, ritenuto da Ratzinger la peggiore delle eresie.

Nel messaggio divulgato dopo il rifiuto a recarsi alla “Sapienza”, il Papa dice: “Se però la ragione diventa sorda al grande messaggio della fede cristiana e della sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verita e così non diventa più grande, ma più piccola”.

Naturalmente, secondo il Papa, il messaggio della fede cristiana e della sua sapienza è quello che proclamano lui e la sua Chiesa, entrambi assistiti dal dogma dell'infallibilità.

La storia dell'infallibilita', che costituisce uno dei principali motivi di divisione con le altre Chiese cristiane, comincia non da Gesù (non ve n'è traccia nei Vangeli), ma dalle Decretali dello Pseudo Isidoro, una raccolta di lettere papali false, composta verso l'850 a Reims allo scopo di difendere e consolidare la posizione del papa contro i vescovi, ma anche contro i principi e l'Imperatore. In esse si enunciavano le prerogative del primato e dell'infallibilità pontificia. Il concetto di infallibilità fu ripreso dal Dictatum Papae di Gregorio VII (1073-1085; quello che indusse Enrico IV ad andare a Canossa) nel quale si legge che il papa può giudicare tutti ma non può essre giudicato da nessuno; che “La Chiesa Romana non ha mai sbagliato e, come attesta la Scrittura, non potrà mai sbagliare”.

Su questi ed altri precedenti si basò il Concilio Vaticano I (1870) per definire, con un vero e proprio colpo di mano (cfr. Hasler, Come il papa divene infallibile, Claudiana, 1982) il dogma dell'infallibilità papale; gli atti di detto Concilio -ma anche tanti altri documenti papali- vengono continuamente citati e richiamati nel Catechismo della Chiesa cattolica -nel quale scarsi sono invece i riferimenti ai Vangeli- approntato nel 1992 dal Sant'Uffizio, a capo del quale era Ratzinger. In esso (pag. 243, par. 889 e segg., Libreria Editrice Vaticana, 1992) si legge: “Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo, che è la Verità, ha voluto rendere la sua Chiesa partecipe della propria infallibilità. Mediante il senso soprannaturale della fede, il Popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede, sotto la guida del magistero vivente della Chiesa” (= Papa, cardinali, vescovi, ecc...). La missione del Magistero vivente è di salvaguardare il Popolo di Dio dalle devianze e dai cedimenti, e garantirgli la possibilità oggettiva di professare senza errore l'autentica fede. Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinchè il Popolo di Dio rimanga nella verità che libera. Per compiere questo servizio, Cristo ha dotato i pastori del carisma dell'infallibilità in materia di fede e di costumi... Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio... L'infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successore di Pietro, soprattutto in un Concilio Ecumenico... Tale infallibilità abbraccia l'intero deposito della Rivelazione divina”.

Se non si hanno presenti queste norme cogenti -e cocenti, ma che non sono precetti evangelici- vigenti da oltre mille anni all'interno della Chiesa, non si comprende fino in fondo la posizione dei 67 Professori della Sapienza e di tutti coloro che, innamorati di una fede laica e non cattolica, sono costantemente sorretti e spronati dal DUBBIO. Legittimamente, quindi, i 67 hanno garbatamente rappresentato al Rettore la inoppurtunità di invitare all'inaugurazione dell'anno accademico il Capo di uno stato sovrano, nonché capo di una religione, che si ritiene infallibile. Di grazia, che doveva andare a dire, nel tempio della ricerca umana e scientifica, un personaggio che è fortemente convinto di essere, egli, depositario infallibile della verità? Ancora una volta chiedo, quale dialogo è possibile con chi ritiene di non poter discutere?

Galileo non era né ateo, né contro Gesù; Galileo era uno scienziato che, come tutti gli scienziati e non solo, cercava la verità. Ma nemmeno Valdo era contro Gesù, anzi, cercava e predicava la verità attraverso il Vangelo, chiedendo di dare più voce ai poveri, agli ultimi. Secondo lui la Chiesa doveva essere più attenta ai diseredati e trascurare i centri del potere... Egli e i suoi seguaci, i Valdesi, furono sterminati nel corso di una crociata.

Valdo, insieme a Gioacchino da Fiore -a sua volta dichiarato eretico- e insieme a Francesco d'Assisi -proclamato santo- si rifacevano alla corrente c.d. Pauperista. Un po' come -giusto per non restare eternamente legati ai secoli del passato- Leonardo Boff (francescano, brasiliano, nostro contemporaneo, fortemente osteggiato dall'Inquisitore cardinale Ratzinger; costretto a lasciare l'Ordine “...ma non il sogno tenero e fraterno di san Francesco”) ha opposto la Teologia della Liberazione alla Teologia della Dominazione.

Per comprendere i 67 è utilissimo leggere il capitolo di Contro il metodo, l'opera del filosofo viennese Paul Feyerabend, citato dal cardinale Ratzinger, nella traduzione offerta dal Corriere della Sera del 25 gennaio scorso. In esso si legge: “La Chiesa all'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta... I tribunali dell'Inquisizione punivano anche crimini che riguardavano la produzione e l'uso della conoscenza: dovevano sradicare l'eresia, cioè l'insieme di azioni, idee e dibattiti che portavano le persone a propendere per un determinato credo... Galileo voleva che le sue idee rimpiazzassero la cosmologia del tempo, ma gli fu proibito di lavorare in quella direzione [N.d.r.: la cosmologia del tempo era basata sul sistema tolemaico, conforme alle sacre scritture che ponevano la Terra al centro dell'universo; Galileo, come già Copernico in precedenza, sosteneva che al centro del sistema ci fosse il sole e che la Terra fosse un semplice pianeta. Ciò contrastava col principio teologico che l'Uomo è al centro dell'Universo, essendo stato costituito da Dio signore della Terra su cui abita e dell'Universo che gli sta attorno].

“L'eresia denotava una deviazione da comportamenti, atteggiamenti e idee che garantivano una vita equilibrata e santificata. Questa deviazione poteva essere incoraggiata dalla ricerca scientrifica, e a volte lo era. Di conseguenza era necessario esaminare le implicazioni eretiche degli sviluppi della scienza... La Chiesa non era pronta a cambiare solo perchè qualcuno aveva fornito vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche; in questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi... per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità... Riassumendo: il giudizio degli esperti della Chiesa era scientificamente corretto e aveva la giusta intenzione sociale, vale a dire proteggere la gente dall'essere corrotta da una ideologia ristretta che potesse funzionare in ambiti ristretti, ma che fosse incapace di contribuire a una vita armoniosa. Una revisione di quel giudizio potrebbe procurare alla Chiesa qualche amico tra gli scienziati, ma indebolirebbe gravemente la sua funzione di custode di importanti valori umani e soprannaturali”.

Orbene, letto il pensiero del filosofo (al quale ci dispiace non poter far sapere che un papa un po' più vivace dell'attuale ha revisionato quel giudizio, e che comunque l'ideologia di Galileo non era affatto “ristretta”) si comprende bene come il Cardinale lo condividesse e come lo condivida anche il Papa!

Ma ora si comprende anche come e perchè i 67 dissidenti abbiano manifestato al loro Rettore il desiderio di non gradire alcun Custode del pensiero e della scienza.

Non si vuol negare al Papa e a chi lo ammira di ritenersi custodi dell'Umanità; ma non si possono criticare, con espressioni dispregiative, né possono essere tacciati di arroganza e di violenza, spiriti liberi che non amano essere custoditi dal Papa e dalla sua infallibilità. È già successo nei secoli passati; può bastare. Perchè la domanda Quis custodiet Custodem? ora,

a differenza dei tempi di Galileo, ce la possiamo porre. E possiamo anche riflettere che se la comunita scientifica è lenta e cauta nell'accogliere teorie innovative, intanto non impiega quattro secoli, né -ed è tutta qui la differenza che sembra sia sfuggita al filosofo di lingua tedesca- pronuncia condanne all'abiura, al carcere, al rogo.

Prima di paventare o stigmatizzare la sordità altrui al grande messaggio di Gesù Cristo, al suo... sogno tenero e fraterno, forse è il caso di passare dal proprio otorino e far togliere un tappo che persiste da qualche secolo. Poi si potrà ascoltare anche “chi non è dei nostri”; quindi si potrà dialogare.

Non c'è anticlericalismo; non c'è spaccatura, violenza, livore e quant'altro viene agitato dai sostenitori della Grande Custodia del Grande Fratello Bianco. Sepolcri imbiancati. C'è solo la necessità di difendersi da chi ancora vuole... esportare con la violenza e l'ipocrisia delle belle parole il proprio modello di vita armoniosa. Che nulla a che fare col sogno di Gesù Cristo! C'è la necessità di riappropriarsi del Vangelo per scoprirne la bellezza, la gioia, la carica vitale, senza l'intermediazione strumentale e mortifera di chi lo ha sottratto all'Umanità, esercitando di fatto su di esso il diritto assoluto ed esclusivo di... strumentale divulgazione.

La protesta dei 67 della Sapienza non è stata un'occasione perduta; anzi, è stata un'occasione finalmente colta.

Angelo Napolitano

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