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VIAGGI
28 maggio 2009
Uno spuntino a Kyoto

29 luglio

 

Il caldo è afoso. Asfissiante. Ho già visto due templi buddisti. Oggi sono stanco e non ne ho più voglia. Mi butto verso il centro, ma la camminata è estenuante e surreale nella città quasi deserta del primissimo pomeriggio di domenica.

Mi rifugio in un bel baretto elegante in stile giapponese...beh... ci può stare no? Aria condizionatissima, finalmente un bel fresco; un caffè e un bicchiere ghiacciato con tre strati altrnati bianchi e rosa. Quello che sembrava ghiaccio tritato è gelatina perfettamente trasparente. Gusto delicatissimo e abbastanza fresco. Suonano dischi jazz. L’intruglio è fresco e delicato. Al centro dell’ambiente c’è un linearissimo giardino giapponese. Sentiero di ghiaghia, minuscole collinette, massi scuri erosi. Lo strato di gelatina sottostante, rosa, è alla frutta, non riesco ad individuare il gusto preciso. Il fresco, il caffè, la musica, mi stanno ritemprando. Intorno, ai tavolini quadrati e piccoli, con discrezione, ho probabilmente studentesse. Leggono e prendono appunti. Gli stradoni erano caliginosi e vuoti. Anche i piccoli vicoli nella calura meridiana e domenicale prendevano un colore surreale. Qui invece sto bene e poi, in fondo, chissenefrega dei templi. ‘Loro’, i giapponesi, sono davvero tutti impeccabili. Soprattutto le ragazze. Truccatissime ma con un certo garbo levigato. E io, quasi turista americano con bermudoni tasconati cachi e camiciola di lino sgualicitissima.

Esco. Percorro le stadine pedonali. Alcune sono coperte e c’e’ aria fresca. Nelle gallerie negozietti di ogni tipo. In particolare mi colpiscono quelli per la grafica. Pennelli, timbri di legno e di pietra colorata in piccoli parallelepipedi da usare su tamponi disponibili in ogni sfumatura. Più avanti una mostra di quadri i cui soggetti, in effetti, sono essenzialmente degli ideogrammi fregiati a spessi tratti neri di pennello. Mi fanno firmare il libro degli ospiti porgendomi un pennello affusolato appena intinto nell’inchiostro nero. Sul nome sbavo un poco ma poi prendo la mano e viene fuori un tratto sobriamente elegante per il cognome. Arrivato ad Italy la ragazza all’ingresso si entusiasma. “Ah, Italy”, mi chiede “City?”. Quando rispondo “Milan” è al settimo cielo “Oh, Milan, I love it” o qualcosa del genere nel suo inglese Dolce&Gabbana.

Proseguo per le stradine pedonali lungo un torrentello, un piccolo canale in pieno centro, in mezzo alla città con ponticelli e un corridoio di prato sulla riva. Giunto ad un incrocio maggiore subito a sinistra si apre uno spazio arioso che mi porta al ponte di Shinjo, sul fiume Kamo. 

I localini che vedevo dall’altra parte hanno tutti una terrazza sul fiume, di legno, e i clienti sono inginocchiati sui tatami e protetti da leggere cortine di cannuzze intrecciate Molta gente passeggià giù, sull’argine erboso del fiume. Dall’altra parte del ponte, sotto una stuatua di Geisha, siamo ormai alle porte del quartiere di Gifu, suonano un bel free jazz coinvolgente. Sono in quattro e il batterista avrà, giuro, si e no dieci anni. E sono bravissimi.


Torno esausto al mio Ryokan per una doccia e un bagno giapponese. 

La vasca non è enorme e non c’è ancora nessuno quindi non ho modo di sperimentare la tipica usanza del bagno comune. Esco di nuovo, ristoratissimo. Il bagno comunque funziona. 

In autobus raggiungo più o meno l’incrocio di Shinjo, con l’aiuto di una ragazza gentile e premurosa che parla inglese – bene stavolta – e mi suggerisce la fermata migliore

Mi addentro nei vicoli e adocchio un risorantino di sushi molto raccolto. Tutto è di legno.  I clienti sono intrespolati fitti fitti attorno alla cucina a vista – è qualcosa di più di un bancone - . Il cuoco principale non ha meno di 70 anni. Dal menu fotografico gli ordino un po’ di cose e mi prepara un sushi squisito. Wasabi al punto giusto e rafano frangrante, freschissimo. Intanto vedo girare portate diverse, non indicate dalle foto. Provo a chiedergli una ciotola di verdure e polpo ma non c’è speranza. E anche il menu completo è esclusivamente in giapponese. Però, ancora, ho di financo una coppia gentilissima e affabile. Avranno entrambi meno di 30 anni. Lei non parla inglese ma lui si fa capire. Sta sorseggiando un sake allungato con acqua. Non solo mi aiuta ad ordinare ma anzi insiste perchè accetti una porzione del suo sushi : è un pesce squisito, bianco e tagliuzzato a fisarmonica, delizioso. Mi fa anche ordinare ‘shellfish’ con cetriolo e foglioline piccole come trifoglio, in agro. Stavole il fish è in pezzi piccoli , fritto e freddato in precedenza.

Ringrazio con inchini e sorrisi e mi dichiaro vinto: è tempo, assolutamente, di dormire.

 


30 luglio

 

Prima colazione giapponese al Tomyia Ryokan. Dopo tutto l’ho scelta io quando ieri sera mi hanno chiesto se la preferissi in stile occidentale. Mi chiamano al telefono piu’ che puntuali, alle otto meno venti. Comodo, tutto sommato, il futon! O almeno, esausto dopo i lungo volo in aereo e  il pomeriggio speso a vagabondare nell’afa, ho dormito come un ghiro.

Raggiungo al secondo piano l’ambiente dedicato alla colazione. E’ uno stanzone spoglio, tappezzato di tatami, con due lunghe file di tavoli bassi sotto cui accovaccarsi a gambe incrociate, come da queste parti usa per mangiare. Mi servono immediatamente. Le uniche cose ‘piane’ sono il riso e li te. Forse anche il tofu, servito in pezzi molli in una ciotolina d’acqua con una palettina forata di legno per tirarlo su. Attorno, su un vassoio rettangolare, mi vengono disposte varie ciotoline piccole. La zuppa di miso da sorbire rumorosamente, due piccoli peperoni verdi, una insalatina condita alla soia, dei ciuffetti con un’altra salsina piuttosto densa, due pezzi croccanti di un vegetale giallo e dolciastro (verdura sott’aceto o frutta?), un pasticciotto indefinibile ripieno forse di funghi e uva passa e, per finire, in una bustina mododose quattro sfoglie sapide di nori.

L’aspetto più arduo della colazione è il tavolo basso sotto il quale devo incrociare le gambe: ma come fanno? Dopo pochi minuti comincio a soffrirne e a stiracchiarmi in ogni modo possibile per tirare fino a completare la colazione. E comunque non resito. Appena fuori cerco almeno un caffe e una ciambellina dolce dallo Starbucks qui di fronte!

Comincio il mio giro dalla zona sud-est. I tre sight-seeing bus sembrano comodissimi ed efficienti e il rosso mi porta in zona in pochi minuti. Il primo sito che vorrei visitare è il Kiyomizudera. E’ molto bello, in cima a una collina; le scalinate d’accesso enfatizzano la grande pagoda rossa, o meglio del tipico colore aragosta dei templi Shinto.

Mi siedo al fresco di un pergolato. Le colline sono folte di boschi e i tantissimi templi del complesso si spalleggiano con grande armonia da una balza all’altra. Certo mi pesa aver rotto l’obiettivo della mia reflex. Devo mordere il freno ma mi impongo di non soffrirne. Sono rilassatissimo e in armonia con l’atmosfera pacifica dell’area. Meglio la strada zen di un travaso di bile, visto che non ho alternative. Prendo qualche schizzo approssimativo per fissare nella mente i paesaggi; provo con la pagoda ma la prospettiva ardua mi concede uno sgorbio irripetibile. L’aria del mattino non è ancora troppo calda e anzi, la pioggia notturna ha rinfrescato i boschi. Respiro lentamente mentre la gente comincia ad affluire. I capannelli di ragazzini e famiglie che accendono lumini e pregano davanti ad ogni simulacro, zen e shinto, in qualche modo e con ogni differenza del caso, mi ricordano le nostre usanze presso alcuni santuari. L’atmosfera fresca e umida, l’odore di bosco, mi riportano alla mente alcune visite da bambino con genitori, nonni e cugine, al santuario di San Francesco a Paola dove si può camminare nei luoghi del frate santo fra vecchie costruzioni immerse nei boschi. Mi fermo su uno dei terrazzi a stapiombo sulla valle rigogliosissima e traccio uno schizzo del tempio principale, e devo dire che questo secondo è accettabile.

 

Mi fermo un po’ a ciondolare nelle stradine precedenti i templi, piene di negozietti di artigianati, alcuni belli belli. Il genere di punta è la ceramica, famosa e rinomata.Devo dire che gli oggetti hanno una finezza indicibile e i prezzi sono conseguenti. Non è difficile spendere 30.000 yen o 50.000 yen per una coppia di bicchieri. In particolare la scuola locale ha sviluppato uno stile essenziale basato sui colori della terra, fra il marrone bruciato e il grigio e decori essenziali in calligrafia giapponese. Fra i vicoli mi imbatto in un delizioso negozio di soli ventagli, molto piu’ raffinati di altri simili visti ieri nelle vie del centro. Ne prendo uno di legno lavorato e seta, decorato di figure floreali sui toni del pesca. Sarà un regalo apprezzato.

 

 Scorgo un piccolo complesso : 550 Y, circa 3€ per entrare. Ed eccomi a rilassarmi in un piccolo e delizioso giardino giapponese. In effetti non si cammina nel giardino. C’è un edificio bassoaperto, tutto in tatami – quindi occorre depositare le scarpe all’ingresso – di diverse stanze : in ciascuna c’e’ almeno un altarino con dei quadri o statue raffiguranti divinità. In un angolo una ragazza uso lo scrittoio predisposto per i visitatori, inginocchiata sui cuscini, componendo ideogrammi su un foglio bianco di spessa carta giapponese. Si usa un pennello dal manico affusolato e abbastanza grosso e un ciuffo di setole a fiamma di candela che si intinge in inchiostro nerissimo e si lascia volare – serve maestria – a comporre i segni.

Sedendosi sul tatami dalle pareti aperte che incorniciano l’esterno, si ammira il giardino. Ovviamente c’e’ uno stagno e friniscono i grilli. Domina il verde di ogni tono e intensità. Solo un alberello si macchia di fioriture rosa. Sotto un arbusto una minuta statuina, un vecchio Buddha, o si direbbe un monachello, è attorniato da mucchietti di monetine. L’aria qui è fresca perchè il giardino è immeriso in un bosco foltissimo. C’e’ una lieve corrente. Gracchiano rane e ogni tanto urlano gli uccellacci neri che chiamerei corvi-mulo per quel raglio fastidioso che lanciano cosi’ di frequente. A disposizione ho anche dei piccoli ventagli celeste di carta di riso ma oggi non è necessario usarli. C’è poi un piccolo sentiero che costeggia il giardino, acciottolato con cura; gira attorno allo stagno ma non mi è chiaro se sia permesso percorrerlo. La pace e il silenzio naturale di questo posto sono di una armonia incommensurabile. Rimango a lungo seduto a gambe incrociate contemplando il giardino.

Arriva poi un vecchio giapponese.Con gentile esitazione inizia a parlarmi con pochissime parole inglesi. Il vero problema è la pronuncia. Mi informa che presso il tempio vicino c’e’ una processione di monaci convenuti a Kyoto per una ricorrenza religiosa. E’ stato in Europa ed anche in Italia, ci tiene molto a dirmelo e chiacchieriamo per un poco.

Riprendo il cammino attraversando il parco Marukayama-koen. Finalmente sono al famoso tempio Chion-in. E’ enorme: circondato da svariati templi minori. Mi giunge l’eco. Entro e mi siedo ancora sul tatami profumato. C’e’ una sorta di messa zen. E’ davvero in corso una funzione, una preghiera corale. ZeinNeiin neiin Maeeeer, iignoNoiZeneeeee Won tatan Insuztu eeiiimmm si ci ni ci neeeinn, cantilena il solista. Nei momenti topici un monaco batte un martelletto su una scodella rovesciata di metallo, Ndoing... riprendendo poi il coro...NamiMacriiimoniniriseiiiiii... suona il campanone tramite un enorme batacchio dal manico rosso A mi haaa che ami da pu ph uaaaa naahahaha Ora batte su delle pietre. Un altro monaco batte su una specie di tamburo dal suono sordo. Un gruppo di fedeli che stava partecipando dall’area anteriore dove in genere sono ammessi solo i monaci si rialza, passa di fianco entrando in una specie di ufficio dove penso elargisca una sostanziosa offerta, e va via.

I monaci hanno tutti sotto una veste biance. Sopra una leggerissima tunica nera o marrone, semi trasparente. Noooiooo Miihiiiiaoaoao aoeoaiciaia doododoaoaoaoa BUM Nooo Oaoaoaoaodede dedede Noooooooo Oui – BUM – Nooaoaa mihihih ahahaoaoaoahihihihihia oaoaoaoaoaoaohohoh – BUM!.

Beh, continuano imperterriti per almento mezz’ora senza mai fermarsi. E’ davvero molto Buddah-zen qui!  E non dovrei dirlo ma adesso ho davvero fame. Ho levato l’orologio dalle 9 e trenta. Vediamo un po’...embè...sono le due e mazza! Finisco piu’ rapidamente il giro. Sul retro un corridoio di tavole di legno conduce ad una sala dedicata ad Amidala Buddah (Buddah dall’infinita sapienza). Il pavimento e’ detto ad usignolo. La particolarita’ e’ che le tavole dovrebbero ciglare suonando come il canto di un usignolo. Al mio passaggio cigolano un po’ pesantemente. Come un pavimento di tavole. Ma effettivamente sotto i gentili passi di giovani e leggere giapponesi cinguettano più leggiadre anche le tavole.

Fame, dicevo. Recupero il cammino principale e mi fermo al primo posto utile. Una specie di ristorante veloce, quasi fast-food giapponese. Per fortuna le riproduzioni di plastica delle portate e dei menu aiutano molto. Avrei voglia di nodless ma non e vedo. Ripiego su un rotolo di frittata, un involtone contenente riso rosa con due non meglio specificate crocchette e insalata.

Passo il resto del pomeriggio a zonzo risalendo verso nord i quartieri ad est di Kyoto. Visito uno spettacolare tempio Shinto-Zen: la shrine, la porta, è enorme: è la più grande porta di legno del giappone, alta 22 metri e sorretta da 8 ciclopiche colonne di legno. Salendo la stretta e ripida scala interna, per 500Y, si accede al terrazzo panoramico sospeso che circonda il complesso di templi vero e proprio. Si venera una statua dorata del Buddah. La vista, nella luce del sole ormai calante, saranno le cinque, è spettacolare sulle colline, sui boschi, sulla città.

Rientro in metro dopo una fugace occhiata all’immenso parco del giardino imperiale in pieno centro: un rettangolo di bosco, laghetti e palazzi di un chilometro e trecento per settecento metri.

Sotto la stazione principale di Kyoto, che è a centro metri dal mio ryokan, risalendo dalla metropolitana, scopro un fantastico mercato di cibo fresco al piano -2. L’aspetto generale è da moderno supermarket, ma i venditori gridano la loro mercanzia come in un mercato popolare : frittelle, ciambelle appena fritte, pese essiccato, suchi, dolci. Il tono è da ‘ Veniteee, roba beellaaa”.

Finalmente riguadagno il mio ryokan, ormai familiare, stanco ma non esausto. E’ ora di una doccia dopo la quale scrivo a gambe incrociate sul tatami – pensate un po’ - .

Per la cena non riesco a trovare il ristorante di sushi rinomato indicato dal mensile KyotoVisitorGuide. D’altra parte l’indicazione è “a 2-min walk north of Shinjo, on the west side of Kawaramachi’... in giappone non si usano I numeri civici. I punti caridnali li ho controllati e li conosco. Ma Kawaramachi è uno stradone affollato anche di sera e pieno di negozi d’ogni tipo. Poco male. Attraverso e in un minuto sono su Kyamachi. Una strada più tranquilla solcata dal canale, densa di ristorante e locali, ci sono gia’ passato ieri. Non vado oltre, su Pantocho perche’ li poi i locali sono troppo seri e impegnativi, anche se belli. Entro in un posto ibrido, fa anche il sushi ma non a vista ed ha anche vari altri piatti tipici. Si chiama...boh...non saprei ma dallo scontrino penso che il nome sia (scritto in giapponese) più o meno. Mangio un fanstastico sashimi di piovra. La presentazione come sempre è molto curata. Il piatto, quadrato, è marrone o meglio, testa di moro. Pare che ogni pietanza vada associata ad opportuni toni del vasellame in base all’armonia cromatica e alla stagione. Sotto una matassina di fili bianchi vegetali, croccanti e asciutti. Sopra una foglia si shisho. Poi i tocchi generosi di piovra adagiati abilmente; al centro un fiorellino giallo, dico un fiorellino. Di fianco un minuscolo mucchietto di una erbetta piccolissima rossa e una pallina di wasabi. Squisitissimo. Proseguo con una zuppa di miso e pesce.Il miso è una sorta di farina (di soia, di fagioli o anche di cereali) benefica per il fegato e ricca di proteine pregiate. Davvero corroborante. Rende il brodo torbido e gustoso. Nella ciotola trovo alcuni pezzi di ottimo pesce cotto a parte. Ristorator

Per non esagerare prendo solo due pezzetti di tempura, è da assaggiare: un gambero e un altro pescetto, anche questi deliziosi e concludo con un piatto di carne e riso scelto per caso poiche’ il piatto era fotografato su una sorta di menu del giorno (niente paura, non scoppio, sono porzioni piccole). Il dialogo è difficile. La ragazza che mi serve si ferma a One, Fish, Water, Beer e poco altro. La carne è pancetta di maiale, meddratu diremmo in calabria, delicato, grasso e gustosissimo: non ne mangiavo da anni. E’ dolce e buono e anche il riso cosparso di verdurine è un poco dolce ma non è condito alla soia: è buonissimo. Ha un colore bruno: potrebbe essere condito con miso. Accompagno il tutto con una birra: è buona la birra jap, e pago circa 2200 Yen. Niente male considerata la qualità del cibo. Sono più o meno 15€.

 


31 luglio

 

Sarà il caso di annotare le portate della colazione: non vorrei scordarle! Oltre a riso, te e zuppa di miso – sempre eccellente – il piatto forte oggi è una piccola sogliola fritta – non impanata. Su, non fate quella faccia. Solo una sogliola a colazione, buona col riso. Il tofu invece è mescolato con qualcosa di nero. C’e’ poi una insalatina di funghi e carote sott’olio, due cimette di broccoletti, un rotolo sostanzialmente di omelette non farcita riempita con una pallina di composto giallo che non è marmellata

Oggi il programma prevede il mitico ‘Padiglione d’oro’ e il Giardino di Pietra. Per il resto imporovviserò sul momento.

E comunque il peggio della colazione non è la sogliola, come si potrebbe supporre, ma star seduto ancora a gambe incrociate per venti minuti.

Prima di uscire passo in stazione a prenotare il posto per Tokyo domattina sullo Shinkasen delle 8. Arrivo a Tokyo 10:43 – sono oltre 600 chilometri. Dopo una improbabile conversazione con la ragazza della biglietteria per prenotare l’Haruka delle 8 e mezz’ora buona sul bus 205 eccomi alla fermata Kinka-kugij, il Padiglione d’Oro. Abbiamo viaggiato  verso la periferia nord-ovest. Non è una periferia squallida. I palazzi sono bassi, spesso a due piani e ci sono molti negozietti piccoli. Strade larghe e rettilinee, un po’ di traffico. Dovremmo essere ai bordi della zona piu’ urbanizzata, subito prima di una vasta area di parchi, templi, giardini e colline. Entro subito in un bar: ha davvero l’aspetto di una specie di bar. Minuto, banco di legno e sedioline con bracciolo. Una anziana simpatica coppia che mi fa un caffe in tazzina piccola! Non proprio un espresso, ma d’accordo... la zuppa di miso corrobora ma sto ancora dormendo. Non so quanto mi sveglierà che sa un po’ d’orzo ma comunque..meglio di niente! Sul banco un vassoio zeppo di piccoli modellini di auto, bus, caminoncini, Piu’ a destra una collezione di giocatori di baseball. Arigatò, ringrazio. Gli aventori sono per lo piu’ locali.E’ il baretto della zona. Una grande pendola e due collane di biglie di legno sulla destra. Alle spalle – il posto è lungo e stretto – tre secchi con grandiombrelli venduti a poco prezzo, chincaglieria, una piccola disordinata libreria, riproduzioni fotografiche. Quadretti moderni. Sotto suona musica classica da un portatile Aiwa. Potrebbe essere, anzi mi pare una sonata minore di Beethoven, quelle che si usano per lo studio al secondo anno di pianoforte. Alla mia destra una anziana signora legge il giornale. Ha un caschetto brizzolato. E’ magra e distinta. Un’ampia gonna rosa a pieghe e una maglietta chiara. Beve te con un pezzo di torta. Pago 400 Yen. I due anziani parlano un discreto inglese, 2 minutes walking per il tempio.Oggi fa veramente caldo. Una bellissima giornata ma a differenza di ieri non c’e’ una sola nuvola e non si muove foglia. Gia’ si sente quasi assordante, ancora, il frinire dei grilli dai boschi circostanti.

Il viale alberato di ghiaia che porta al parco e’ fresco e affollato. C’e’ pure qualche occidentale e moltissimi giapponesi. Il sottobosco è vellutato,  completamente ricoperto da un muschio raso e scuro senza foglie o arbusti. Non so il nome di questi alberi robusti e armoniosi. La foglia è piccola a molte punte. In autunno sara’ spettacolare.

Il Kinka-kugj è di una bellezza da togliere il fiato. Non riesco a scrivere e mi limito a contemplarlo, in qualche modo persino contento di non avere la macchina fotografica. Non lo descriverò... merita di venire a Kyoto in una giornata di sole!

 

E invece riprendiamo dicendo che Udon – i vermicelloni bianchi e spessi – si pronuncia eùdòn... con un suono iniziale molto sordo fra e ed u (non alla francese) e l’accento sulla o. Ho appena chiesto un piato di bukake udon. In effetti sono avanti col pasto. Passegiando lungo la stradina coperta del mercato non ho resistito. Prima una mattonellina fritta al gusto di polpo. Discreta. Poi una porzione deliziosa di tempura di pesciolino. Fritto al momento!. Adesso che ho voglia di sedermi questo localino semplice sempre nel mercato espone in vetrina udon e soba d’ogni tipo. Ecco il piatto. Insieme agli udon ci sono mucchietti di cipolline verdi, di riso soffiato, un uovo, alghe e una indecifrabile poltglia bianca che pare ghiaccio tritato. Striscioline di carne e anellini di calamaro, questi ultimi prima fritti e poi passati in salsa agrodolce. Il tutto freddo come chiaramente indicato. Non c’e’ che dire: come al solito eccellente. Anche l’atmosfera del celebre mercato alimentare del centro di Kyoto è piacevole e persino la musica di sottofondo, una sorta di pop-rock giapponese, non disturba. Il vicolo è stretto fra due file ininterrotte di palazzi abbastanza alti. E’ coperto da una tettoia semitrasparente a tessere multicolore che creano all’interno un effetto gradevole e avvolgente nonostante il sole a picco. 

C’e’ un po’ di tutto ma dominano tempura di vario genere e pesce sia fresco che arrostito allo spiedo sul momento, nonchè affumicato e confezionato in vaschette. Di seguito interi negozi vendono vegetali in agrodolce in buste trasparenti sottovuoto. Altri preparano piccole vaschette di strani miscugli. Assaggio una pasta granulosa bruno-rossastra. Alla consistenza paiono pescetti minuscoli ma il gusto è spiccatamente dolce. La gente è pacata e allegra. Da una zona all’altra del locale i camerieri si chiamano con piccole, lunghe urla sommesse. Sorridono e si inchinano, come sempre, ad ogni interazione col cliente.

Ora urge trovare un caffè, di qualunque tipo sia. E invece mi ritrovo in una libreria fornitissima di testi in inglese e a sfogliare volumi Shinto e Zen. Alla fine compro tre riviste (tre numeri arretrati da collezionare) di una bella testata di cultura e costume giapponese – KATEIGAHO Intenational edition -  molto focalizzata su Kyoto in particolare. Bellissime foto, impaginazione curata, bei servizi. Meglio dei tanti e soliti libretti turistici. E’ fantastico spendere un’ora a sfogliare tranquillamente libri giapponesi nel pieno centro della placida Kyoto.

Proseguo con calma fra i vicoli pedonali del centro. Prendo un cono gelato carissimo e fatto in maniera mai vista. Ogni cono viene fatto singolarmente versando un liquido bianco, penso a base di latte, in una ampia teglia fissa di alluminio. Un po’ come per le crepes ma in questo caso il piano è raffreddato a bassissima temperatura e il velo di sciroppo congela all’istante in una glassa spessa pochi millimetri. A quel punto la ragazza comincia a rimestarla grattandola dal fondo con due nere spatole di plastica, impastandola e poi irrorandola ancora per ammorbidirla. Dopo qualche minuto aggiunge la frutta scelta, fragole nel mio caso, continuando a mescolare per incorporarle nel composto. Il risultato non è troppo dissimile da un nostro normale cono industriale ma ha impiegato almeno cinque minuti per ottenerlo.

 

Riprendo l’autobus per avviarmi verso il celebre GinkaKuj, il celebre ‘padiglione d’argento’. E’ spettacolare! Circondato da un altro fantastico giardino Zen che dopo l’oceano simbolico di ghiaia si inerpica splendidamente, oltre il padiglione, sui fianchci della collina vellutata di muschio florido, fra corsi d’acqua dal percorso studiato, laghetti e scorci suggestivi nelle luce perfetta del tramonto. Si sentono nitidi cinguettii cristallini e insistenti che ho il netto sospetto essere diffusi da altoparlanti nascosti nel bosco. Sono esausto. Ho sonno... e...ehi, il mio caffè?

In autobus ritorno in Hotel approfittando del vicino Starbucks e dopo la doccia mi avvio verso l’Otan cercando maggiore ristoro, very proud della mia tenuta d’ordinanza: il Kimono da camera del Tomjia Ryokan. E’ semplicissimo e informale, a metà fra vestaglia e accappatoio leggero, e si usa proprio nei bagni comuni. E’ a disposizione, pulito, in ogni stanza dei ryokan. E’ di cotone ampio fresco e molto comodo e una volta bel legata la cintura non tende ad aprirsi facilmente nonostante la foggia a campana. Giù trovo un ragazzo giapponese che imito pedissequamente per non sbagliare le procedure del bagno. Le istruzioni figurate e in inglese sono piuttosto chiare ma l’esempio reale è più efficace. Prima ci si lava velocemente nell’ambiente comune prospiciente la vasca. Ci sono varie doccette e rubinetti bassi, a non più di 50 cm da terra. L’uso è di lavarsi accosciati. Dopo di che si entra nella vasca comune colma di acqua decisamente calda. Ci si siede e ci si rilassa senza fare troppo casino o onde e senza disturbare gli altri. Si può però conversare. Il giovane tenta con discrezione un abozzo di colloquio ma in giapponese poichè non parla inglese: è durissima! In breve capiamo che non ci capiremo. Ogni volta che dice qualcosa e non capisco ride imbarazzato ma non c’è verso. Le uniche parole comuni che troviamo sono i nomi delle città giapponesi, cioè le uniche parole giapponesi che colgo nel suo parlare. Inoltre uso shinkasen per dire treno e comprende il termine ‘business’, forse anche ‘mangiare’ ma di questo non sono certo. Il succo della conversazione è, all’incirca e salvo errori , il seguente: Lui è di Fukuoka, nel sud – il sud lo riconosciamo usando ‘alto’ e ‘basso’. Domani andrà a Nagoya. E’ a Kyoto non per business. Di me riesco a dirgli che andrò domani a Tokyio e poi a Takayama. Poiche’ per andarci devo passare da Nagoya riesco a chiedergli, mimando alcune cose, quanto tempo serve in treno fra le due città: circa un’ora e mezza. Lo informo che sono italiano e la cosa suscita la solita reazione di simpatia ammirata ma non deferente. Stravedono per noi i giapponesi. Infine mi chiede – forse – se ho mangiato, o cosa ho mangiato. Non so. Dice ‘eaten’ ma non sono certo e comunque non riesco a mimare come risposta nulla di convincente, se non dicendo ‘sushi’ – e lui mh ‘buono il sushi’ – sempre in mimica ormai avanzatissima.

Vabbè, una gran fatica

Invece a cena non ho molta fame e vado in un sushi bar di fronte all’albergo. Qui trovo un tizio di Tokyo che parla un inglese eccellente e possiamo finalmente comunicare in modo più naturale. Il bar è uno di quelli dove il sushi ti passa davanti sul mastro scorrevole già pronto. Basta prendere quelle che si vuole. Alla fine in base al tipo di piattino, con un lettore penso magnetico o ottico viene cumulato il conto di tutto quel che si è mangiato. Il mio nuovo amico è a Kyoto un po’ per caso. Era qui per un impegno di lavoro, poi è andato a Nara a incontrare uno zio e si è fatto tardi. I treni erano pieni e ha deciso di rimanere, tanto è in missione per la sua azienda. E poi tre figli e moglie a casa: una serata fuori è per lui un insperato momento di relax. Di Kyoto ha la visione del cittadino quando va in provincia, tanto carina, si, ma Tokyo e’ Tokyo. A Tokyo qualunque cosa ti serve, li la trovi. E’ entusiasta della sua città. Approva la zona scelta per il mio albergo domani a Tokyo, nel quartiere di Ueno: non costosa, comoda e bella. Vedrai, Tokyo è tutta un’altra cosa. Provo a dirgli che Kyoto mi è piaciuta moltissimo... Certo, si, bei momenti ma Tokyo è tutta un’altra cosa, insiste. Bene, domani la vedro’. Gli chiedo qualche diritta per il problema della macchina fotografica. Quale problema? Lo accennavo all’inizio. Beh appena arrivato in stazione la tiro fuori... (continua... presto)






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permalink | inviato da Giovanni Gambaro il 28/5/2009 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
VIAGGI
16 marzo 2008
un weekend di settembre a Bangalore
 

Un week end di settembre a Bangalore

11 settembre 2004

Well, una sera di settembre a Bangalore, nello stato del KARNATHAKA, India Meridionale. Lo chef dell’albergo prepara ottime cose. Ma inesorabilmente, dopo, la sensazione precisa è che lombrichi e farfalle ti abbiano organizzato un veglione scatenato nello stomaco.

Il clima equatoriale non giova alla freschezza di spirito e l’aria condizionata selvaggia, in voga ovunque qui, non aiuta.

Forse una seconda porzione di quel dolce di polpette di cus-cus di riso al pistacchio in crema liquida alla vainiglia non mi sarebbe dispiaciuta.

Dopo due giorni avrei voluto solo andare via. Che finisse presto.

Ora è diverso; comincio a capire. A interpretare un poco meglio. E tutto ciò che mi sembrava unsafe comincio ad accettare sia solo diverso, a volte sgradevole, non necessariamente insicuro.

Ieri mattina mi sono alzato presto per il tour verso Mysore (leggere Maisur). Nel chiarore addensato ed umido dell’alba il mio driver , sfilando qualche senso unico mi ha portato in quindici minuti fino a Badami House. C’era già movimento ma la città era ancora assopita.

Un improbabile edificio grigio a due piani, sull’angolo della grande piazza, ospita a piano terra l’ufficio del turismo. Il video LCD proietta documentari della regione; di fronte file sgangherate di poltroncine di plastica consunta, deboli neon al soffitto.


 Lo spiazzo di cemento è recintato da una bassa ringhiera di ferro fra colonnette ampie e piatte. Una donna tuffa le mani in un sacchetto di petali bianchi e profumati, sgranati ad uno ad uno. Li impiglia a formare collane di fiori. Nel mezzo alterna una piccola fascia di petali arancioni o di foglioline verdi. L’uomo le dispone su un’altra colonnina per venderli. Il profumo è lieve, delicato, ma si sente deciso nell’aria.

Arriva l’autobus. E’ un Volvo anni ’80 abbastanza confortevole. Condizionatissimo, naturalmente. Di fianco all’autista un quadretto rettangolare mostra due idoli adornati di molte lucine colorate. La cornice è spessa e dorata. Appesa ad arco sugli spigoli superiori una collana di fiori.

Prima di partire un ragazzo dell’organizzazione mi propone cartoline di Bangalore. Finalmente! Non ne avevo ancora viste in giro. Sono piccole e neanche troppo belle, ma non c’è alternativa. Ho un sonno indefinibile, impastato. In Italia sono le tre e mezza di notte. Compro la serie di Mysore e quella di Bangalore: totale 40 Rupie, cioè 80 centesimi per 20 cartoline.

Partiamo. I posti sono numerati e assegnati. Non c’è nessuno di fianco a me: mi metto comodo. Lo stradone si perde su un cavalcavia da cui comincio a vedere quartieri su quartieri. Pezzi di case, cubi estrusi ammassati ad incastro punteggiati di finestrelle buie.

La periferia avanza. Ormai solo strade sterrate e fangose. Sono quasi le otto. C’è gente in giro. Questi sono i quartieri veri, profondi. Quelli senza computer. Difficile anche solo immaginare di fare due passi da queste parti. Improponibile. Capisco meglio adesso. Ora posso credere fisicamente, con lo stomaco oltre che col cervello, che il mio albergo è proprio in centro, praticamente downtown…se guardo il resto! Neanche qui mancano insegne colorate. Ovunque Coca e Pepsi su muri e cartoni pubblicitari. E mille altre tabelle sgargianti. Colpisce la tavolozza di colori primari che ricopre le botteghe lungo le strade. Grigio sporco e marrone per le case e le strade. Per le stesse persone. E i bellissimi sahari brillanti delle donne.

I chioschi sono ovunque al ciglio delle strade. Strisce di caramelle colorate incartate di plastica lucida, sigarette, popcorn e bibite. Sul fango battuto bambini, donne e soprattutto uomini in ozio, come al bar, seduti ovunque: sui tronchi a bordo via, sui muretti, sui gradini, per terra. Motorini, piccoli trattori in movimento. E grappoli di clacson dei motorisciò a rimbombare nelle tempie: sottofondo costante.

Al di fuori della pista asfaltata dove scorriamo appena, rischiando di sfiorare ad ogni curva camion, autobus, macchine in moto lento e apparentemente folle c’è solo terra e fango. Passano tanti autobus vecchi, bianchi e blu, carichi di locali che al mattino si muovono verso il centro.

Ed è una strada importante, penso. Di grande comunicazione. Infatti la stanno allargando, raddoppiando. Passiamo su torrenti e fiumi sporchi all’inverosimile. Sono vere discariche a cielo aperto. La gente orina tranquillamente a bordo strada. Anche in città appena fuori dal centro. Nei fiumi scorrono bottiglie, cuscini bianchi candidi di schiuma che galleggiando si accumulano ad ogni ostacolo. Una dighetta di tronchi li raccoglie in un ampio materasso di spuma alto forse un metro. Una nuvola di sapone zozzo nella pianura. E intorno corvi e uccellacci scuri, quelli che svolazzano anche in città, volteggiano senza tregua.

Ormai la periferia scorre sempre più rada alternando baraccopoli a palazzi moderni, nuovi e molti in costruzione. Scuole, ospedali, IT buildings, college… Nel cortile di una scuola qualche centinaio di bambini in uniforme bianca o blu, in base all’età, saltellano allineati la loro ginnastica. Altro fango, altre baracche… e pochi metri dopo ‘Special school’, ‘British College’. Tutto fuso in un’alternanza surreale.

Non penso di trovare alcuna logica nonostante molti sforzi. Una ragazza in sahari viola, curata, borsetta occidentale, scende verso lo stradone da un sentierino fangoso chiacchierando al cellulare. Sulla ‘statale’ decine si accalcano con un sorriso alle fermate dell’autobus. Di fianco, il ‘bar’ è un cubo di lamiera arrugginita. Dipinta di reclame di Pepsi-Cola.

Mi rendo conto che la gente è davvero tanto. A tratti si lavora per l’allargamento della strada. Su cento metri saranno forse in cinquanta a lavorare, lentamente:ognuno una piccola cosa. Le donne caricano sulla testa dei padelloni conici di metallo pieni di terra scavata portandoli verso i camion. Un uomo guida il trattore, due gli fanno manovra, cinque, placidi, caricano il cassone.

La campagna, qui sull’altopiano, è florida senza ostentarsi. Palme, un buon numero di palme. Sui pianori si alzano isolati colline di roccia, penso granitiche. Ovunque uccelli scuri svolazzano. E mille villaggi. Casette e baracche coperte da insegne assurde: la migliore in arancione elettrico dipinto parla di un albergo.

Siamo più o meno a metà strada. Sono passate le nove. Entriamo in una piccola città. Banchetti e chioschi vendono cocco, papaia, ananas… sempre sul ciglio della strada. Noi ci fermiamo, da programma, come dice la guida ‘to have breakfast’… ma il posto non ispira. Salone triangolare ed alto. Molto alto. Luci al neon fioche e tristi. A sinistra la cassa. Nel mezzo tavoli di plastica sporchi di tempo e d’unto. A destra i bagni, ma vi risparmio. Di fronte, su una linea diagonale, la cucina a vista con bancone di pietra. In fila i soliti caratteristici bicchieri di metallo, lucidi, pieni di acqua da evitare.

I compagni di viaggio tornano ai tavoli con i loro piatti di sfoglie fritte gonfie, ciambelline affogate nel latte. Proprio non mi va di mangiare li. Faccio un giro intorno. Un vecchio vende scatolette intarsiate di legno di sandalo. Sostiene le abbia lui, con le sue mani…. Importa poco ma di simili, identiche, ne troverò a milioni durante il giorno.

Altra mezz’ora sonnolenta in pullman. Finalmente lasciamo la strada principale. Ne prendiamo una stretta, piccola. Donne a piccoli gruppi, vestiti di sahari colorati, vanno e vengono., vendono, pregano. Passiamo attraverso due strette porte di pietra: stiamo entrando in quella che fu l’area fortificata di Stri-non-so-che-cosa.

Attorno desolazione profonda. Vacche. Cavalli. Baracche. Sul fango battuto si vende di tutto. Un cencio unto e nero steso in terra e sopra frutta, bacche colorate, collane di fiori, sandali di cuoio fatti a mano. Proseguiamo per non più di cinque minuti costeggiando il villaggio per fermarci su uno slargo desolat che fa da parcheggio prima del tempio principale del complesso. Anche gli animali sono smunti. Per passare dal parcheggio al viale sterrato che porta al tempio attraversiamo in due metri una fila di bancarelle . Cuociono cibi ma l’odore è sgradevole; puzzo di sporcizia e olio fritto esausto.

Giovani e ragazzi tentano di adescare i turisti proponendo le solite scatolette di sandalo e cartoline del tempio in buste da 10. Ti si appiccicano addosso senza mollarti, ti seguono fino al tempio e ti aspettano quando esci… se non compri li hai addosso fino a risalire sull’autobus. Dicono che dovremmo fare ‘business’ insieme.

Il tempio indù è spettacolare: è il primo che visito. Una piramide slanciata a gradoni, più lunga che profonda. La sommità rettangolare. Ogni gradone è lavorato e ornato di statue delle tantissime divinità indù. Alcune scimmiette scivolano leste su e giù per la piramide. Turisti e fedeli lanciano loro pezzi di banana e semi da mangiare.

Bisogna lasciare le scarpe e riporre la fotocamera: non si può usare all’interno, purtroppo. All’ingresso un paio di ragazzi prendono le scarpe della gente e le dispongono per terra sulla spiazzo consegnando un numerino di cartone. Organizzazione impeccabile. Superata, ormai scalzi, la porta che passa sotto la piramide, siamo nell’area sacra. Un primo cortile introduce al tempio vero e proprio. Varcata la soglia l’ambiente è fumoso e umido, benché vi siano diverse aperture sulle pareti e sul soffitto. E’ costruito interamente in blocchi di pietra. Vari atri si susseguono e si fanno via via più bui, claustrofobici; a giudicare dall’atmosfera di sacralità sempre maggiore. Una nicchia protetta da una pesante grata di ferro ospita un idolo paffuto nero e oro. Ornamenti sgargianti e collane di fiori lo ricoprono. La gente passando rende omaggio inchinandosi e baciando l’aria in direzione della statua.

Siamo nella zona principale. Una corda divide lo stretto ingresso per separare chi arriva da chi va via e fare ordine. La porta si apre su uno stanzone alto e spoglio. L’aria è pesante. L’area dove ci si può fermare è piccola. Tre metri più avanti una seconda porta conduce alla sala della divinità. L’idolo è enorme, sdraiato su un fianco. E’ lungo tre o quattro metri, altro forse due e mezzo. Solo il sacerdote può avvicinarsi al simulacro completamente ricoperto di collane di fiori. Gli odori si mescolano. Sono sempre più intensi di incenso, di fiori, di sudore, di cera bruciata. La pietra stessa del tempo restituisce un calore malsano.

Il sacerdote, o monaco, indossa un telo drappeggiato alla cintola. Barba brizzolata non troppo lunga. Capelli corti. Il torso nudo, muscoloso. Fa la spola fra la stanza del dio e le gente portando un vassoio su cui arde una piccola fiammella ad olio. La gente lascia un’offerta. Poi, con gesto meccanico e repentino copre la fiamma con le mani giunte e le porta sul volto e sulla testa come per attirare e indirizzare a se l’aura del dio.

Continuiamo il giro. Fra pilastri di pietra noto le piccole mensole concave incise che contegnoso la polvere rossa con cui la gente si segna la fronte. Più avanti, continuando in un cerchio quadrato che ci riporta verso l’uscita, una piccola folla accovacciata sulla roccia tiepida assiste un gruppo di bramini. La cripta è piccola, angusta. Davanti un monaco esile e calvo legge da un libro con voce leggera. Ai suoi piedi ciotole e flaconi, suppongo di offerte votive. Sulla soglia, più dietro, una coppia di monaci assiste pregando. All’interno altri due monaci, con gesti ampi e teatrali, intingono in una bacinella di metallo delle brocche lucide e versano con delicata ma decisa deferenza l’acqua sull’idolo ricoperto di fiori cantando le sacre abluzioni.

In mezz’ora dal tempio siamo a MYSORE (Mashur), l’antica capitale del marana di KARNATHAKA. La gente per strada formicola affaccendata attorno ai carretti. Gelati impastati da mani sporche su cialde dai colori improbabili. Incenso. Banchetti di ananas e cetrioli speziati. Il venditore spacca in quattro il cetriolo con un grande coltello piatto poggiandolo sul palmo della mano. Prende da una ciotolina di polvere ruggine, immagino piccante, una piccola presa e con una pallina strofina la fetta di cetriolo. Sul banchetto fogli di giornale e cartonicini sono pronti a far da tovagliolo. Stesso trattamento, speziatura compresa, per l’ananas. I mezzi frutti sono incisi da bei tagli curvi longitudinali che formano un disegno di fiore. Le mani ripulite in fretta su un cencio nero, una spruzzata d’acqua sulle fette già pronte per rinfrescarle e sicuramente viene voglia di assaggiare la frutta matura. Ovviamente non è il caso.

Attraversiamo la città. Ha quasi un milione di abitanti ufficiali. Sorge a circa 700 metri di quota nel vasto altopiano. Se possibile è ancora più verde di Bangalore. Le case spuntano qua e la fra palme e alberi tropicali. Molti uccelli per aria. Cominciamo a salire pochi chilometri di tornanti per raggiungere un famoso tempio che dalla collina domina la città di Mysore. In effetti si apre allo sguardo un bel panorama. Soprattutto ad est dove l’altopiano sembra più selvaggio. Palme rade che si addensano intorno a piccoli agglomerati di case. Laghi frequenti e sparsi e in lontananza colline di granito che emergono ripide in mezzo al piano. Ancora più lontano una lunga e vaga catena di monti è spezzettata fra le nuvole.

Nel mezzo un enorme nuvolone grigio scende fino a terra come il cilindro di un tornado. L’acquazzone tropicale deve essere formidabile ma a noi giungono per fortuna solo poche gocce di pioggia. Lo spiazzo fangoso e sporco dove parcheggiamo è peggio del precedente ma poco affollato. Più sopra una piazza asfaltata circondata da chioschi e bancarelle. In fondo il posto ricorda alcuni santuari italiani; bancarelle e venditori ne affollano sempre i dintorni. Certo qui ci sono anche un paio di mucche che brucano rifiuti fra la gente. Una scimmia ha rubato una banana e corre sopra i tetti di lamiera inseguita da una compagna. Al centro della piazza domina la statua di DemonKing, si direbbe un dio cattivissimo. Sguaina la scimitarra minaccioso e stringe per il collo un lungo e grosso serpente. La statua sembra di plastica e ricorda i mostri di certi luna park, variopinti di colori sgargianti ed elementari.

La breve strada fino al tempio è una sorta di calvario per via di nugoli di altri venditori, bambini e mendicanti che si alternano con insistenza estenuante. Donne accovacciate per terra si rannicchiano sotto grandi ombrelli neri per ripararsi dalla pioggia. Sul loro telo scuro, disteso in terra, collane di fiori e ciotole ornamentali. Due vitellini si incrociano un po’ sperduti. Si sdraiano per terra… sembrano assopiti. Le scimmie invece sono forsennate scalando , salendo, scendendo i gradoni ornati del tempio.

Tornati sull’autobus ci portano a mangiare in un ristorante di proprietà dell’Ufficio Statale per il turismo. Meglio così, visto quel che vedo in giro per la città. E’ ancora più rurale di Bangalore. Verdissima, case basse, strade affollate e polverose: escludendo quelle di maggior scorrimento sono sterrate. Ai bordi banchetti di pesce, suppongo di lago o di fiume; sono pesci piuttosto grossi, da 5 chili l’uno almeno. I mercatini sono ovunque; la città è un grandissimo povero mercato.

Il ristorante non ispira grande fiducia ma per gli standard locali è più che accettabile. Mangio in compagnia di un ragazzo di Mubay (Bombay) anch’egli per lavoro a Bangalore: partecipa al mio stesso tour. Mi fa da guida sulla cucina. Ordiniamo riso fritto con carne e verdure e spiedini di pollo grigliati. Pare ci siano grandi differenze fra il sud e il nord dell’India. Lo stesso cibo, qui a sud, è molto più piccante e speziato. Inoltre il nord, mi pare di capire, è decisamente più sviluppato. Aspettiamo qualche minuto: poi arriva un piattino di cipolle rosse cetrioli e pomodori affettati con alcuni tocchetti di pollo infilzati da uno stecco di legno. Sono completamente rossi di polvere piccante impalpabile. Non sono malvagi. Speriamo bene: le salsine nei contenitori sempre presenti sul tavolo hanno segni di muffa. Il riso, d’altra parte, è davvero buono. Ovviamente evito l’acqua servita nei boccali di metallo lucido e usurato.

La tappa successiva è il favoloso palazzo del Marajà, dove, anche qui, non si può portare dentro la fotocamera né calzare scarpe. E’ un vizio! D’altra parte la guida ci raccomanda di non lasciare nulla sull’autobus. In compenso si può usare il servizio di custodia all’ingresso: per dieci rupie la fotocamera finisce in un piccolo armadietto di metallo di cui mi vengono date le chiavi.

Il palazzo, già dall’esterno, si mostra splendido: bello e imponente. E’ incorniciato da un ampio giardino verde e da alberi. Sul viale di ingresso, a sinistra, un piccolo tempio a gradoni e un arco trionfale in stile orientale.

Lasciamo in custodia le scarpe per mezza rupia. Si tratta di un monumento recente, di fine ottocento: lo stile è definito indiano-moresco. In ogni caso fu progettato da un architetto inglese. All’ingresso una grande teca protegge un baldacchino da elefante ricoperta di oro massiccio: è il trono mobile del marajà. La grande sala a piano terra è puntellata da alte colonne di turchese, vetrate istoriate, decori orientali su marmi policromi. Ricorda aspetti del nostro barocco.

Fuori pioviggina e bei raggi di sole accecante si alternando a brevi scrosci di pioggia. Riusciamo a non bagnarci troppo. Sono ormai le cinque e ci aspetta la tappa più noiosa. Una immensa diga artificiale creata per scopi irrigui ha dato modo di creare un giardino ricco di fiori esotici, fontane e laghetti. Si pagano 5 rupie; all’ingresso del parco tanti tanti chioschi e negozietti un po’ meno trasandati del solito. Si offrono frittelle, pesci fritti, croccanti di legumi grigliati. Occorrerà aspettare fino alle sette per l’attrazione principale della zona: lo spettacolo delle fontane danzanti: immaginerete che non vale certo il viaggio ma ai locali piace da morire, e infatti il posto è affollatissimo. Quando lo spettacolo inizia le fontane illuminate a ritmo di musica indiana suscitano ovazioni; chissà perché soprattutto dopo l’incrocio dei getti d’acqua in diagonale che superano gli altri spruzzi sottostanti.

Sono decisamente stanco: l’ultima tappa l’avrei saltata volentieri. In autobus mi assopisco per quasi tre ore anche se il film musicale indiano – sono quasi tutti film musicali – è uno strazio molesto. Ho fatto caso anche in albergo: per lo più si tratta di storie di corteggiamenti lungi e ostacolati, in generale a lieto fine. Deepak – il mio amico di Mubai - mi spiega che a volte si intrecciano altri ostacoli, non solo familiari. Tipicamente dovuti a temi etnici o religiosi. Ma anche lui mi conferma che quello che stanno proiettando è fra i più terribili. Alla fine vinco squilli e gorgheggi di quella sorta di musical e mi addormento.

Sono in stanza dopo mezzanotte: l’autista dell’albergo si è fatto trovare puntuale nella piazza di arrivo, mentre un nugolo di guidatori di motorisciò assaltava i turisti per strappare la tratta.

In stanza mi sento addosso odori, fumi, sudori appiccicati dei templi, l’umidità del parco e della pioggia. Finalmente una doccia. Ora potrei dormire anche dodici ore filate.


Giovanni Gambaro


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permalink | inviato da Giovanni Gambaro il 16/3/2008 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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